Associazione Equi-Lab

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Dalle raccomandazioni internazionali alla realtà locale: il punto di vista di Micaela Antonini Luvini

Micaela Antonini Luvini è avvocata e, nel corso della sua vita professionale, ha sviluppato una profonda sensibilità verso le dinamiche che attraversano il mondo del lavoro, in particolare quelle legate alle discriminazioni e alle pari opportunità.


Dal 2007 si dedica alla consulenza giuridica e alla formazione nell’ambito del Diritto del lavoro, del Diritto di famiglia e della Legge federale sulla parità dei sessi (LPar): un impegno iniziato dapprima presso il Consultorio giuridico Donna e Lavoro e proseguito, dal 2018, in Equi‑Lab, dove accompagna le lavoratrici nella tutela dei loro diritti.

In un contesto in cui a livello internazionale – come evidenziato dalla settantesima sessione della Commission on the Status of Women dell’ONU – si discute sempre più di accesso ai diritti e alla giustizia, quali sono le principali criticità che osservi in Svizzera attraverso il tuo lavoro?

Negli ultimi anni osserviamo sicuramente una maggiore sensibilità da parte delle lavoratrici nel riconoscere e non accettare più comportamenti che, fino a poco tempo fa, venivano normalizzati. Molte situazioni di molestie o di linguaggio inappropriato, a lungo liquidate come “scherzi” o come qualcosa da minimizzare, vengono oggi identificate per ciò che sono: comportamenti lesivi della dignità e, in quanto tali, inacettabili. Questa nuova consapevolezza si traduce in un aumento delle richieste di supporto giuridico e, quando necessario, nel ricorso alla giustizia per tutelarsi da violazioni della personalità o da inadempienze contrattuali sul posto di lavoro.
Tuttavai, va riconosciuto che tale evoluzione, certamente positiva, mette in luce un nodo critico del contesto svizzero: il divario tra la crescente consapevolezza delle lavoratrici – oggi più pronte a riconoscere e denunciare comportamenti inappropriati – e la capacità del sistema giudiziario di rispondere con strumenti adeguati, sensibili e aggiornati.

Effettivamente, il Comitato CEDAW ha più volte richiamato la Svizzera sulla necessità di rafforzare la formazione delle autorità giudiziarie e il rafforzamento di monitoraggi sistematici per garantire un reale accesso ai diritti e alla giustizia. Dal tuo osservatorio, come si traducono concretamente tali criticità?

La mancanza di una formazione specifica e continuativa fa sì che non tutte le autorità giudiziarie dispongano degli strumenti necessari per riconoscere le dinamiche della violenza e delle discriminazioni di genere. Questo si traduce in interpretazioni non uniformi, talvolta minimizzanti, soprattutto nei casi di molestie verbali.

L’assenza di monitoraggi sistematici e di dati disaggregati rende difficile valutare l’efficacia delle misure esistenti e individuare tempestivamente le aree critiche. Senza basi statistiche solide e condivise, il rischio è che le risposte istituzionali non siano sufficientemente mirate e rimangano frammentate.

È tuttavia importante sottolineare che, dal nostro osservatorio, in Ticino si riscontra una crescente sensibilità delle autorità giudiziarie rispetto alle problematiche legate alle discriminazioni e alla violenza di genere. Ciò non elimina tutte le difficoltà esistenti, ma rappresenta certamente un’evoluzione positiva rispetto al passato e una base importante su cui continuare a costruire percorsi di formazione e aggiornamento.

In termini di accesso ai diritti osservi differenze rilevanti tra il contesto svizzero in generale e la realtà ticinese?

Premesso che Equi‑Lab opera prevalentemente nel Canton Ticino e che non dispone di una visione altrettanto approfondita su quanto avviene nel resto della Svizzera, anche a causa dell’assenza, già menzionata, di basi statistiche condivise, possiamo tuttavia rilevare che, nel contesto locale, emergono alcune specificità legate alla composizione del mercato del lavoro e alle caratteristiche del tessuto imprenditoriale. Tra queste rientra anche la presenza di lavoratrici e lavoratori transfrontalieri, una categoria che può presentare vulnerabilità particolari in termini di tutela dei diritti e di accesso alla giustizia.

Da dove ritieni sia necessario partire per rafforzare la capacità del sistema di garantire alle donne e alle lavoratrici una tutela efficace e accessibile così da assicurare un pieno accesso ai diritti?

La diffusione capillare di informazioni chiare e accessibili sui diritti e sugli strumenti di tutela disponibili rappresenta, a mio avviso, un presupposto essenziale per rafforzare la prevenzione delle discriminazioni e promuovere contesti professionali improntati all’equità e al rispetto. In questa direzione, investire in una strategia informativa e di sensibilizzazione ampia e sistematica, con particolare attenzione al rispetto della LPar e alle responsabilità che essa attribuisce, costituisce una priorità.

In questo quadro si inserisce, peraltro, il lavoro di Equi‑Lab, che opera attraverso la consulenza individuale, il supporto alle aziende e la formazione. Tuttavia, per garantire una tutela effettiva e un accesso pieno ai diritti, è necessario un intervento ben più ampio e capillare. In tale prospettiva, ritengo indispensabile consolidare il coordinamento tra tutti gli attori coinvolti: datori di lavoro, organizzazioni sindacali e sistema giudiziario. Ognuno di essi contribuisce infatti, con ruoli e responsabilità differenti, alla costruzione di un sistema di protezione realmente efficace e coerente sul territorio.